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Teatro alle Scale di Porchiano
Porchiano del Monte, di Amelia TR, non quello di Todi PG. Teatro all'aperto con estensioni al bosco.
Dedicato a Iacopone da Todi. Spettacoli, edizioni e divulgazioni del Poetone Iacopone ma anche del
Poetino Angelo Pii e Divina Corriera di Buddha Bus. Artisti e non artisti benvenuti ad esibirsi .
Friday, November 18, 2016
Tuesday, October 25, 2016
Divina Corriera 092-095. 4a tappa
Buddha Bus
LA DIVINA CORRIERA
ad uso orale per il Teatro alle Scale di Porchiano
Il popolare capolavoro di Buddha Bus
finalmente tradotto in italiano dal singalese.
L'eternità in tre giorni: dura altrettanto il comico viaggio
degli isolani di Borgo Sabbioso sulle tracce dell'Illustre
tra miseria e dignità, metropoli e montagne, memorie ed oblio
e sopra tutto, un eterno sorriso.
Quarta tappa, Cantucci 092-095
Così cantò Buddha Bus:
"Senti Notizie, accendo la poesia,
che non ci manchi l'onda o la corrente!"
092
[Sù per i Boschi, con Elefanti e Farfalle]
Dal mare di risàie su risaie,
il Bùs accosta un piède d'Altopiano
che s'àlza per insòlita boscaglia.
Sparite ormài, l'amate Cocco-Palme,
in gràppolo di poppe scollacciate:
Palme svettanti, dritte sù nel cielo,
nelle loro verdissime esplosioni
da fuochi artificiali per davvero.
Entrati per l'insolita boscaglia:
un forteto selvaggio, un’aspra sélva
oscura fin nel mezzo, nostra via,
con rami adunchi, tormentati e cupi...
eooure non ci fanno gran paura,
che li rallégra troppi fiorelloni,
appèsi mille a mille, a mazzi interi,
nel più suprèmo sprèco di colori.
S'incròciano domèstici Elefanti,
che vanno per la macchia a lavorare
con passo da Stradino rassegnato.
Altri Elefanti, in turno di festivo,
si rilàssano a bagno per il Fiume,
tra rocce lùcide, grigi altrettanto,
mimètici, nell'acqua che l'immerge,
rivelati però, dalla probòscide
periscòpica a mo’ di sommergìbile.
È 'l loro quarto giorno: il dì festivo
per ogni quattri-màna sindacale,
ch'è festa sacrosanta, da quel mitico,
selvaggio sciòpero dell'Elefanti.
Sù per l'impèrvie svolte della strada,
la vista ci s'annèbbia in fitti banchi
di Farfalle, celesti e turbinose.
Quest'improvviso abbaglio, tutt' azzurro,
offusca la visione del Presente
che sotto, ci strapiomba pei tornanti.
Il Bus, precario, sempre più s'inèrpica,
strappando sèmpre, "Àmen!" collettivi
ma Indice egoìstico rinnega
la stretta comunione delle dita
congiunte, tese all'ùnica preghiera:
s'appunta solitario, verso il vèntre,
ad indicàr protèrvo: "Pancia Vuota!"
093
[Tutti al Bagno, per la visita al Dente dell'Illustre]
Per ogni appuntamento con il Dènte,
ci vuole preventiva pulizia!
E dunque 'l Bus parcheggia, in riva al Fiume
che qui costeggia un àrgine, scolpito
per dar l'accesso agévole nell’acqua
all'utènza del Bagno-Lavatoio,
annesso ad un paesello non lontano.
I Ragazzi che son, di scòglio, nati,
si tuffan giù, da àngeli dannati,
in costume da bagno della festa
(no da misero, bagno quotidiano
nella vasca comune dell'Ocèano).
Il Maschio Adulto invèce, cautamente,
s’immerge di battèsimo solenne
e 'l sottanone gli si gonfia sotto,
per que' subàquei giochi di corrente.
Vestite dalla spalla a mezzo stinco
più castigate, rèstano le Femmine
che raramente affrontano le spiagge,
ma l’acqua incolla drappi sulla pelle,
e le trasforma in nudi colorati!
Nello splendòr che va di donna in donna,
spiccano vìvide Fanciulle in Frutto:
Palme flessuose, da chioma spiovente
protèndono un par di Cocco-noci
che saziano la vista ma, purtroppo
senza nozze, la vista solamente.
Nudo integrale, solo per l'Infanti:
lustri e stillanti, fruttini strilloni,
s'aggrappano di tronco a Genitore
che se li tuffa, giù come biscotti,
finché non gli si nétta nell'orecchi.
Scherzetti, schizzi e sguazzi e, per l'intanto
tutti d'impegno, nello spumeggiare
di moltèplici sciampi e saponette.
Non per nulla che noi si rappresentiamo
(secondo le statistiche dell’Onu)
il più pulito popolo del mondo!
o che si fa più bagni, per lo meno.
094
[Bucato, Gioie e Pranzo]
S'adempie altro Precetto dell'Illustre:
"Appùra, dopo 'l corpo, pure i panni!"
Braccia donnesche, d'òpra palestrate,
te li dislógano spietatamente
sbatténdoli sui lucidi lastroni
pestàndo sotto i liberi piedoni.
Da tanta lor tortùra perpetrata,
ne sprèmono, d'ambiguo sugo bigio!
che la sorella - acqua del Torrente,
sempre indulgènte, sùbito disperde.
Panni affogati, ri-pescati e torti,
gettati poi, ridotti come stracci,
a riànimàrsi su li stecchi d’erba
che sbùcano, ristetti tra lastroni.
Sott' al pudìco sbandieràr di drappi
che vela inusitàte castità,
s'agghìndano nell'àbito da festa
non solo: ma da tiepidi fagotti
infrattati per l’ìntimo, ne frùgano
gioielli d’oro sano o tutto matto.
Sono l'umili gioie popolari:
làmine gracili, fìligranèlle,
tutt'allegre, del Sole più gagliardo
che pur oggi, concede di brillare
in gloria dell'Illustre e Pòpolo sovrano!
Ci s'indicava, tristi: "Pancia vuota!"
fin che dal Bùs, calò di fuori il pranzo
cotto dall’alba, nel remoto ostello,
e c'arrischiammo, tutti azzimatini,
a coniugare 'l Riso (sempiterno)
col (sempre suo mutante) conrisàtico…
sicché contaminò, qualche pillàcchera,
tutta la nostra precaria purezza.
Raccapezzammo i panni bell'asciutti
e ci sciacquallo 'l piatto sotto tànica,
ciascuno biascicando, come sa:
"Che questo sciacquo, giù da la mia mensa
nutrisca le creature giù terra,
l’anima d'ogni bruto, d'ogni pianta!"
Trascorre, la clessidra de' Sabbiosi
attraverso 'l pertugio del suo Bus
ma più pazienti Babbi, con premura,
equànimi soccòrron' ogni Pàrgolo
e pur le (più complesse) Pargolette
in pisciarella d’ùltimo minuto.
"Partiaaàm, partiaaàm!"... in fine fu partenza.
095
[Capelli e Profumi]
Il Bus arranca ancora a scollinare
e a bordo, senza tregua, si lavora
rivolti sull'estrèmi adornamenti.
Le Vérgini s'erigono all’impiedi,
ondeggianti d’asfalto disconnesso...
con tutte quelle curve malandrine!
rastrèllano decise la criniera
d’inattingibile profondità:
lì proprio sotto 'l naso, palpitante,
di que' Ragazzi, che non sanno 'l rischio
mortale, di chi mira su la Donna,
mentre s'acconcia e pettina capelli.
Pettinella (di plàstica) fra dènti,
la Sirenetta stringe ed incanala
la cascata fluente de le chiome
nella treccia, che par mai finisca
ma giù, di tra le reni, ci s'aguzza!
Freccia puntata, sèmpre, al bel bersaglio
mirato da' Ragazzi... ma dapprima:
donàte gioie d'oro e pure gemme!
Perché? C'è qui Precetto dell’Illustre:
"La Sposa avrà 'l diritto d'adornarsi!".
Ogni Matrona, più che gioiellata,
s'arrangia in capo uno scalpo dismesso:
risparmio previdente d'un antico
proprio splendore o pùr, d’eredità
(perché gioielli poi, ne vanno in pegno
ma non c'è pelo a Monte di pietà).
Prolungano così chiome reali,
pur troppo brevi, rade ed ingrigite,
con quèlla simil-treccia di posticcio.
Invece che le Vérgini, compòngono
l’impropria treccia in un'austèra crocchia
che si modella, come pan di creta,
fra dita incora plàstiche, disciolte,
di mani sempre màgiche: di Palma!
Poi sbronza collettiva di profumi:
scambi eccessivi e mutui d'ogni aroma,
senza distìnguer' né sesso né età.
Cocc-òlio infine, lustra tutte pelli
e soffoca 'l conflitto tra gli aromi
col suo soave, efflùvio dominante
sì che l'Illustre non ne possa dire:
siamo concordi, puliti ed adorni...
Illustri, certo no, ma già lustrissmi!
096
[Per la Città del Dente]
Lauda Ereditaria
42 "Figli, neputi, frate, rennète"
In scena sabato 29 ottobre
Splendida lauda, è un piccolo gioiello! Iacopone si dimostra fedelissimo al suo ideale di "abbreviare il lungo": "ché la longa materia / sòl generar fastidia, / el longo abriviare / sòle l'om delettare. (65)". Il Poeta se la sbriga in un pugno di quartine, dove ci canta tutto quel che ha da cantare... poi "chi cce vorrà pensare, / ben ce porrà notare". Avendoci pensato, e bene o mal notato, le mie divulgazioni le ho collocate a parte in PDF.
E' un Dialogo vivace (per così dire) tra Morto e
Parenti. Lui patisce le pene del Purgatorio perché gli Eredi non
vogliono mollare al Prete quanto promesso a parole sul letto di morte.
Il Morto irrompe in scena, questionando i parenti tutti quanti: figli,
nipoti e fratelli, riuniti forse a pranzo di famiglia... gli compare il
fantasma insoddisfatto! ma lo rintuzzano senza pietà.
MORTO:
[Ritornello o Ripresa]
Figli, nipoti e fratelli, rendete
quel maltolto che io vi lasciai.
["Maltolletto": la ricchezza da me malamente acquistata, non solo la quota promessa al Prete].
Figli, neputi, frate, rennete
lo maltolletto, lo qual vo lassai.
Voi prometteste al prete
["Apatrino" è un prete, come il Sìculo "parrino". Qui in ispece, è il confessore del moribondo.]
di renderlo tutto e di non venir meno!
Ancora non deste per l'anima un soldo.
["Ferlino" è monetina che vale solo 1/4 di Denaio.]
di tanto denaro che io guadagnai.
Vui 'l prometteste a l'apatrino
de rènnarlo tutto e non vinir meno!
Ancor non ne déste per l'alma un ferlino
de tanta moneta quant'eo guadagnai".
PARENTI:
Se promettemmo, non lo sapevi?
Eri ben saggio, se te lo credevi!
Se a tue faccende tu non provvedevi,
rimettiti a noi... lo faremo domani.
["Crai": da "cras" Latino]
Se 'l te promettemmo, no 'l te sapivi?
Ben eri saio che lo te credivi.
Se tu nel tuo fatto non te providivi,
attènnite a nnui ché 'l farim crai.
MORTO:
Io vi lasciai di molta grana
["lavore": è il grano raccolto e, in genere, il profitto]
e pochi regali ancora ne ho avuti.
Quando ci penso, mi sento ingiuriato
["desonore", qui e oltre, è concretamente un insulto]
ché mi hanno abbandonano quelli che più amai.
Eo vo lassai lo molto lavore,
pochi presente da voi n'habi ancore!
Quanno ce penso n'ho gran desonore,
ché m'hò abandonato color ch'e' plu amai".
PARENTI:
Se tu ci amasti, dovevi vedere
a quale porto dovevi venire;
di quel che acquisisti, vogliamo godere
e non c'è nessuno che curi tuoi guai
[con le Messe a Suffragio del defunto].
"Se tu n'amasti, devive vedere
a quigno porto devive vinire;
de quel ch'aquistasti vollèmol' gaudire
e non n'è veruno che cur'en to guai".
MORTO:
Io vi lasciai la botte col vino,
vi lasciai stoffe di lana e di lino,
mi avete posto nel lato sinistro
[il Medio Evo spregia la sinistra: Giuda, il Diavolo e il traditore Gano sono sempre dipinti mancini],
con quanti guadagni che vi radunai .
"Eo vo lassai la botte col vino,
lassà' vo li panni de lana e de lino,
posto m'avete nel canto mancino,
de tanta guadagna quant'eo congregai".
PARENTI:
Se tu radunasti tanti guadagni,
di darti qualcosa, a noi non ne importa;
vàttene in pace se patisci tormenti,
hai fatto quei fatti, e vanne prigioniero.
"Se tu congregasti tanta guadagna,
de darte covelle a nnui non n'encaglia;
àgite 'n pace, se pate travaglia,
faccisti tal' fatti, captivo ne vai".
MORTO:
Io risparmiai per sostenere
[qui "risparmiai" traduce "mesurai" - vedi in Coda]
la terra e a vigna, per far capitale
[qui "capitale" traduce "lo podere" o diremmo "il potere" - vedi in Coda]:
or non potete per niente volere
darmi una fetta di di ciò che acquistai?
"Eo ammesurai a ssostenere
la terra, la vigna, per far lo podere:
or non potete ne[i]ente volere
darme una fetta de quel ch'aquistai?".
PARENTI:
Se fosti crudele nell'essere tirchio,
a noi non piace di darti alcunché;
stanne sicuro e mettilo a taglia
["Carace" o "taglia" è un'assicella dove si
registrano lo forniture a credito; è divisa in due parti: per il
debitore e per il creditore; le si incastrano insieme per segnarvi le
pendenze a tacca di coltello.]
che delle tue pene non ci curiamo.
"Se tu fusti crudo ad esser tenace,
darte chevelle a nnui non ne place;
stanne scecuro e fanne carace
che de to pene non ne curam mai".
MORTO:
Io vi allevai con molto sudore
ed ora mi dite tal villania?
Penso voi pur verrete alle ore
che proverete che son le mie piaghe.
"Eo v'arlevai con molto sodore
e mo me decete tal desonore?
Penso che e vui veirite a quell'ore
che provarite que so' le me' plage".
FINE
Che si potrebbe aggiungere? Per ora solo questo, da Lauda 36:
Povertàt' è via secura,
non n'ha lite né rancura.
Povertate more en pace,
nullo testamento face.
Il mio resto è tutto qui:
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Autunno teatrale a Porchiano
La valanga Iacopone
mi ha coinvolto lietamente: dapprima nel suo testo originale, poi nelle
traduzioni, nelle divulgazioni a stampa, orali e stradali. Ancor dopo,
in un teatro improprio ma propriamente stabile.
il Teatro alle Scale
di Porchiano nacque per rappresentare Iacopone ma era breve la sua
recita e rischioso aumentarne la dose. Mi venne in capo di allungare gli
spettacoli con un altro Autore, comico e mistico, forse affine in
qualche modo a Iacopone. Quell'autore è Buddha Bus, che tradussi con il
titolo "Divina Corriera" troppi anni fa... nel mezzo del cammiìn di
nostra vita.
In sostanza, si trattava di questo:
Il popolare capolavoro di Buddha Bus
finalmente tradotto in Italiano dal Singalese.
L'eternità in tre giorni: dura altrettanto il comico viaggio
degli isolani di Borgo Sabbioso sulle tracce dell'Illustre
tra miseria e dignità, metropoli e montagne, memorie ed oblio
e sopra tutto, un eterno sorriso
La messa in scena
della Divina Corriera mi fa rivederne il testo per adattarlo "ad uso
orale". Lo pubblicherò a puntate, soltanto dopo i collaudi teatrali:
perciò non un copione preventivo ma i successivi "processi verbali di
scena".
QUI SOTTO Pubblico in
preventivo il "Divino Glossario", per chi fosse curioso di sapere cosa
c'è sotto le parole dette... oppure di sopra, di fianco, non so.
Confesso che molti, tra i pochi lettori dell'antica Divina Corriera "ad
uso interno", trovarono il Glossario assai più dilettevole dell'opera.
Non per altro gli concedo il titolo "Divino".
In sé, la Corriera fu
dunque fu bocciata allo Scritto ma dopo s'è vista promossa all'Orale,
nella scorsa stagione del Teatro alle Scale: ci fu persino chi la
preferiva al canto di Iacopone, supremo ma in Volgare umbro medio-evale.
QUI SOTTO Sullo Scritto e
sull'Orale, sulla storia dell'opera in traduzione, l'eventuale curioso
può leggersi i "Santi Pretesti" d'introduzione a Divina Corriera.
Tutto gratis ma
"almeno 2 Euro", da chi venga in Teatro alle Scale. Cosa, come, dove e
quando? Sta scritto tutto sopra, in locandina.
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"Pentito" o "Irriducibile"?
Il comunicatore scomunicato:
Iacopone "Pentito" o
"Irriducibile"?
Chiarissimo e caro, professor Franco Suitner,
ho letto con
piacere, e
spero con profitto, il suo libro Iacopone
da Todi (Ed. Donzelli, 1999). Lei scrive che "la materia affrontata (...) è complessa e prevede
competenze diverse, difficili da riunirsi in un'unica persona: sarò
particolarmente grato ai colleghi e ai lettori in genere che vorranno aprire un
dialogo con me."
Qui mi confesso
"lettore in genere". La mia sola competenza può ridursi al divulgare
teatralmente il testo iacoponico e pur qui, senza specifiche competenze
teatrali. In tal modo dissento dalla Sua ipotesi su Iacopone, anziano e malato,
che si arrende finalmente a papa Bonifazio.
Lei scrive iI
Poeta supplicherebbe
al papa di scarcerarlo, nella cosiddetta "seconda epistola a papa
Bonifazio" (67 "Lo pastor del mio
peccato").
Precisamente ai versi:
De star
sempre empresonato, se esta pena non
ce basta,
pòi
firire cun altr'asta, como place al
tuo sedile.
Secondo me, qui
Iacopone dice:
"Se la mia pena al carcere non ti è
sufficiente, tu puoi ferirmi con un'altra lancia ma non con quella della
Scomunica". Dunque non chiede affatto la scarcerazione ma invece
ribadisce, con analoga metafora guerresca, quanto lui già scrisse (55 O papa Bonifazio, eo porto tuo prefazio):
Per
grazia te peto che me dichi:
"Absolveto",
e l'altre
pene me lassi fin ch'e' de mondo
passi.
Poi, se
tte vol' provare e meco essercetare,
non de
questa materia, ma d'altro modo
prelia.
La
"materia" del contendere è sempre e solamente la Scomunica, non la
carcerazione. Quando Iacopone chiede:
che ['n]
me porge la man rogo e sì me rende a
san Francesco,
ch'isso
me remetta al desco, ch'eo receva el
meo pastile.
Qui il Poeta
può pur chiedere
(come Lei scrive) di essere riammesso tra i Francescani per "consumare insieme a loro il loro frugale pasto
giornaliero". Però
quil il Mancini interpreta pastile come "Comunione". Del
resto, Iacopone aggiunge dopo (v. 35):
Deputato
so' êll'onferno e so' ionto ià a la
porta;
e non si andrà all'Inferno per l'esclusione dalla mensa
francescana, ci si andrà per la
Scomunica dall'Ostia consacrata. Certamente, Iacopone si
lamenta di essere escluso, come un lebbroso, tanto dal pasto Eucaristico quanto
da ogni pranzo profano. Perciò non solo dalle mense francescane ma pure da ogni
pranzo fra cristiani (per dire qui, volgarmente: gli "umani" rispetto
alle bestie):
Co'
malsano putulente, deiettato so' da
sani,
né en
santo né a mensa con om san non magno
pane.
L'esclusione da
ogni mensa è
inclusa fra le pene di Scomunica. Sono importanti, i discorsi a tavola: dal
Simposio di Platone alla lettura sacra nelle mense conventuali... fino al valore
comico che Bachtin ne rintraccia in Rabelais. Ai giorni nostri, ci si incontra
per discutere in "cene di lavoro". Si può immaginare che il nostro
Poeta fosse invitato a prender la parola anche a tavola. Si da pur
testimonianza che Iacopone avesse recitato la sua orribile Lauda Insanitaria (81 O Signor per cortesia) al cospetto di Papa e Cardinali. Me li vedo
alquanto brilli, alla fine di un banchetto, che dicessero "Sentiamo Iacopone, che ce ne canti una
delle sue"... e lui che li serviva da par suo con quelli a tastarsi sotto
la tovaglia. Ciò per dire che la mensa offre al poeta un pubblico che sarà
inaccessibile allo Scomunicato. Perciò il Poeta, più che mangiare, qui può
avere l'intenzione di enunciare il suo messaggio: di "comunicare".
Le Goff parla di
"fame del sacramento" nel mondo medievale e
francescano. A noi Moderni parrà contraddittorio che, all'abiura del Corpo sozzo e malvagio, corrisponda l'estrema importanza di quei "segni
sensibili" della Divinità che, per la Chiesa, stanno nei Sacramenti: nell'Acqua di
Battesimo, nel Pane e nel Vino di Comunione, nell'Olio di Oliva al cresimando,
al sacerdotabile, al moribondo... ed al sovrano. Spirito e Materia qui si confondono e, come
Lei scrisse: "la materia affrontata (...) è
complessa e prevede competenze diverse, difficili da riunirsi in un'unica
persona". Forse
la competenza dell'Antropologo qui potrà spiegarci meglio. Col Canettieri,
credo, attendiamo l'Antropologo che possa approfondire l'àmbito sciamanico di
Iacopone.
Inoltre, la
condanna alla Scomunica non implicò soltanto, l'esclusione dal rito divoratorio dell'Ostia
consacrata ma pure l'esclusione da ogni contatto umano e da ogni contratto
civile. Era nullo ogni contratto sottoscritto dallo Scomunicato, che non poteva
esigere i suoi crediti né fare testamento (ogni suo bene, credo, finiva
incamerato dalla Chiesa). Vietato, s'è anzi detto, mangiare o parlare insieme
con lo Scomunicato. Quest'ultimo divieto fu certo il più bruciante al poeta
Iacopone: di tutti gli altri gli sarà importato poco, nel suo amor de povertate, / renno de tranquillitate!
Iacopone incarcerato, non
poteva parlare con nessuno perché era inoltre, scomunicato. (53 Que farai fra Iacovone?"). Pare assurdo che invece, tra
merda e catene, gli fosse concesso l'armamentario di uno scriptorium, perché lui ci trasmettesse i suoi versi temibili. La
mia modesta divulgazione teatrale mette il scena il Poeta che compone, danzando
e cantando, la stessa lauda, al ritmo sferragliante dei suoi passi incatenati
nelle "iette de sparvire". Scrissi pure che il Poeta qui
ritratta il suo disprezzo per "le
ipocrite mustranze" dei Flagellanti che, al ritmo della frusta, cantavano e danzavano
per strada un teatro mistico, dalle oscure radici pagan-popolari. Qui invece,
Iacopone si trova anche lui, a danzare cantando. Lo sente il carceriere, che è
tenuto a rapportare parola per parola al superiore. E così per via gerarchica,
la poesia poi si registra per iscritto: negli atti giudiziari relativi a
Iacopone. Finché ogni atto finisce sulla stampa, come si direbbe oggi. Questa
mia ipotesi è puramente teatrale.
(Inoltre mi
consenta una parentesi, mio caro e chiaro Suitner. Secondo me, Lei equipara troppo il nostro
Poeta a un professore o a uno scrittore, sulle scorte del Tresatti (in sua nota
a 81 "O Signor per cortesia") che se lo immagina "prendere la penna a testimonio del concetto". A parte forse, quei cosiddetti
sermoni didattici, che Iacopone avesse mai composto per istruire frati, io
crederei piuttosto che tutta la poesia di Iacopone sia composta oralmente più
che scritta o, diciamolo, mentale.
La
Mente
per un mistico, è sempre spazzatura e, all'epoca, lo scritto era un articolo di
lusso. Lo immagino aborrito dal nostro Poeta, sempre fanatico di
"Povertate". In generale, credo che la poesia non sia "concetto
formulato e scritto" me che sia piuttosto "respiro e voce" del Corpo, sozzo e malvagio quanto lo si dica.
Mettendo in
scena la
seconda lauda carceraria (55 "O papa Bonifazio, eo porto il tuo prefazio"), mi sono immaginato Iacopone a
compilare un modulo di "domandina". Con questa, ai nostri giorni, il
Detenuto indirizza alla Direzione Carceraria un documento che, di necessità,
sarà conservato in archivio. Insomma, Iacopone avrebbe usato l'espediente
burocratico dei dissidenti sovietici, che così registravano le angherie patite.
Quando l'Urss poi si dissolse, ne rimasero gli archivi, a disposizione
dell'umanità. Così sarà successo pure per Iacopone... altra ipotesi teatrale,
lo confesso.
Torno alla
terza lauda carceraria (67 "Lo pastor del mio
peccato"),
di cui contesto la Sua
interpretazione di un "pentito Iacopone", arreso infine a chiedere
clemenza. Secondo me, Lui non concede nulla, più di quanto abbia concesso nel (55) prefazio precedente: sembra ancora, che ritratti solamente la
sua firma nel proclama di Lunghezza. Cioè riconoscerebbe Bonifazio come papa...
"Tale qual è, tal è". In quanto papa e qualunque
egli sia, ha il potere di imporre o revocare la Scomunica perché è il
Vice di Cristo. Infatti "Lo pastor (67), a parte i suoi dettagli
conclusivi sull'empiasto burocratico, non è altro una
una serie di parafrasi evangeliche, dove Cristo perdona e guarisce. Dunque, il
suo Vice dovrebbe fare altrettanto, rispetto, alla Scomunica di Iacopone. Lei
qui, Suitner, non ci trova sarcasmo né ironia, io non ne sarei sicuro. Più
oltre, in conclusione, avanzerò un'ulteriore ipotesi, indubbiamente agiografica
e anagogica.
Escluso che che
al Poeta detenuto
fosse concesso l'occorrente per scrivere, si può pure immaginare che qualche
influente suo ammiratore gli ottenesse per tre volte, l'autorizzazione di
indirizzare una supplica al papa. Iacopone, da poeta consumato (o da "intellettuale nato", come Lei preferisce) avrebbe
approfittato di tutt'e tre le insperate occasioni per scrivere e diffondere i
suoi versi... tanto infatti, è successo.
Alla prima (53 Que farai), il Poeta non cura di rivolgere suppliche. Menzionata la sua causa (Pellestrina), espone subito le condizioni infami della sua
detenzione. Poi riassume, stravagando a modo suo, le attenuanti del suo
crimine. Queste stanno nel conflitto tra i frati Spirituali, sposati a Povertàte,
e quelli Conventuali, assetati di potere clericale. Infine Iacopone dichiara di
non chiedere sconti di pena anzi, ringrazia con santa arroganza per
l'opportunità di fare ulteriori penitenze. Tutto questo presupposto
"modulo di supplica" sarà compilato come si deve, soltanto alla fine.
Qui Mancini evidenzia la Firma
(Iacovon), l'Indirizzo del Mittente (en Todo) e il presupposto Destinatario: la Santa Sede (en cort'i Roma). Ma il Poeta rivela le sue vere intenzioni, augurando
al suo canto di espandersi assai oltre: "en
tribù lengua e nazione".
Alla seconda
occasione di Supplica, Iacopone trasmette quel "Prefazio" che, formalmente si rivolge a
papa ma, come supplica, è davvero indisponente.
Alla terza
occasione di supplica, forse raccomandato di contenersi, il Poeta si dimostra rispettoso e
più preciso. Rammenta di avere già inoltrato supplica (scripsite nel meo libello), senza averne alcun riscontro.
Fà notare quanto scandalo la sua detenzione provochi nell'Ordine dei
Francescani (la mea matre religione fa gran planto
con sua scorta).
Poi non riesce a contenersi, come al solito: approfitta del testo evangelico per enunciare quello che più
gli interessa: di fare il poeta. Vorrebbe ancora cantare, ad alta voce, la sua
fanciullesca lode ad Iddio "ch'eo pòzza
cantare ad voce quello
osanna puerile".
E questa piena voce, salta fuori dal miracolo
evangelico del cieco, cui resa resa la vista ma qui parla, incongruamente, come
fosse stato muto.
Più propriamente, Iacopone canterà
del sordo-muto
guarito da Gesù; "e l'audito me sse
renda e sia sciolta la mea
lengua, che legata fo con 'Sile'.
Che io possa si
ascoltare ma che, sopra tutto io possa parlare di nuovo: sia disciolto il nodo "Sile" (stai zitto e silente!) che la Scomunica impose al
Poeta. Il quale infine implora (o dice di implorare) che il suo pianto di
anziano (senile) si riconverta in canto: "ch'en cantare torni el luge
che è fatto del sinile." Qui noi si potrebbe dire: che il
pianto si converta in "diritto alla poesia" se, in questi tempi oscuri, ciò
non facesse ridere o affilare la scure dei carnefici.
Tralasciando le allusioni riscontrate, tutta questa
poesia di Iacopone sembra davvero una supplica al papa. A questo papa: "bruttura
de peccato", e
"Lucifero novello". Sia come sia, in quanto papa e
vice, qui lo si
paragona al Cristo che miracola. Qui mi azzardo nuovamente a
interpretare Iacopone: direi che Bonifazio, insieme a Celestino e Iacopone,
è pure lui, venuto al paragone... oro o rame, filo
o stame? Sarà
superfluo attendere il referto dell'esame: Boninazio è una merda, secondo
Iacopone.
Torno infine
alla Scomunica
dal rito della Comunione, la
Scomunica di cui, il Poeta chiederebbe la revoca. Iacopone è
poi davvero, affetto da quella insaziabile "fame
di sacramento",
asserita da Le Goff nel suo "Francesco
di Assisi"?
Nel suo racconto mistico, Iacopone si unisce col dio Cristo in Comunione
erotica più che alimentare. L'amor divino è cantato di frequente come erotico,
in Europa altrettanto che in Oriente, Vicino e Lontano, ma direi anche per
l'Africa (di Americhe non so). L'Anima Sposa di Iacopone, col divino ci va a
letto, più che a tavola con Cristo imbandito come cibo: Il Poeta ci canta il
Sacramento dell'Eucarestia più raramente che l'alcova mistica.
Iacopone ci spiega il Pater Noster distinguendo le
tre specie di pane
quotidiano da chiedere al Signore (22 En
sette modi, co' a mme pare). Innanzitutto il pane della devozione, che mantiene le anime in
erotico abbraccio con Dio:
El primo
pan ne ten con Deo
abracciat'en
delettanza.
Poi il pane consacrato sull'altare, che ci fa
socializzare con il Prossimo:
l'altro
al prossemo n'à legati
en la
fedele congreganza.
Infine, il pane materialmente detto, che mantiene i
corpi in vita:
l'altro
sì ne dà sustanza
ne la
vita che menamo.
Perciò il divieto di Eucarestia, per Iacopone sarebbe
letteralmente "Scommunicazione": noi si direbbe assenza
di comunicazione,
di collegamento sociale. In merito, ho avanzato un'ulteriore ipotesi arbitraria,
ed anagogica più che teatrale, in un mio libello divulgativo ("Il Beato Maledetto, I. da T."
Ed. Strade Bianche di Stampa Alternativa, 2016, anche online). Mi limito a riassumere: in 53 "Que farai fra Iacovone...?" , il Poeta ci canta tre
visioni (o allucinazioni). Queste sono il canestrello, che sembra contenere cinque
pani belli interi, il pesce en peverata e il taglier de sturione. 5 pani e 2 pesci in totale: se ne trovano altrettanti
nel miracolo di Cristo della Moltiplicazione, che è simbolo attestato dell'Eucarestia.
La catina che scende dall'Alto, e le
croste di pane dal canestrello appeso come Cristo, non
potrebbero essere (anagogicamente) il Calice e l'Ostia? Con i quali Iacopone si
amministra da sé la negata Comunione, in barba al papa e a tutt'e quanti i
preti, mentre ristabilisce la comunicazione: emettendo e trasmettendo quei tre
suoi canti che in effetti, abbiamo ricevuto... diremmo per miracolo.
Abbia pazienza
e saluti iacoponici
LG
Thursday, September 15, 2016
Iacopone evade da i Sabbioni
Caro Riccardo Arena di Radio Carcere,
(((certo tu non ti ricordi più di me: io sono quel
ciclista che girava per la 2a Marcia per l'Amnistia: quella roba radicale, col
Pannella sopra il camion, che batteva le manone alla Jazz Band, con tanti
Direttori di carcere in corteo. con i Sindacalisti del penitenziario, più una
teppa innominabile di Radicali Ignoti.
Sbandieravo sulla bici un bel tappeto, a forma di
farfalla, che fu tessuto a mano dai
detenuti in Terni... "Laboratorio Estinto", mi pare avessi scritto
sul cartello. Non ti ricordi? Mi scattati anche una foto... che dicesti di
spedirmi, quando trovassi tempo. Non fa niente
Oggi però, tu dovresti (forse) leggere questa mia
lettera in Radio Carcere: solo per cortesia verso Quelli Dentro e (forse) per
spiegare qualche cosa a Quelli Fuori. Se l'ho fatta troppo lunga, salta pure i
(tra parentesi). La mia lettera alla Radio comincia come segue:)))
Carissimo Riccardo,
tu dovresti scusarmi, via radio, con i ristretti Ospiti
di Terni. Avevo già promesso di portargli "dentro" (proprio domani:
16 settembre) il mio piccolo spettacolo teatrale su un carcerato illustre:
Iacopone da Todi. E' un santissimo poeta medievale, a suo tempo detenuto, in
ergastolo ostativo, per reato di opinione. Lui lì ci scrisse (né so come
potesse), una poesia bellissima, che te ne canto solo un pezzettino:
"La prigione che mi è data
è una cella sotterrata
ce ne scappa una latrina
che non sa di gelsomina."
Mi dicono che a Terni, nella Casa dei Sabbioni, molti
aspettavano che Iacopone tornasse a raccontargli come si trovava in carcere...
senza perderci un centesimo di onore. Ma Iacopone è evaso e non ci torna più.
S'era d'accordo (già da qualche mese), che questo mio
spettacolo (la "Lauda carceraria di Frate Iacopone"), durasse una
mezz'ora. Così l'avevo ridotto ed adattato (nella mezz'ora, ben specificata
nella mia "domandina", dove elencavo pure ogni attrezzo di scena, che
avrei dovuto introdurre in carcere: sonagli, catene, schiavetti, manette...)
Avevo offerto pure dieci copie di un mio libro appena
uscito, su Iacopone, perché qualche Ristretto potesse informarsi in anticipo.
Sono passati 700 anni!... occorre una breve lezione di Storia. Per questo
libro, era meglio non "entasse": la Direzione disse che lo scaricava
online, e che avrebbe provveduto a distribuirne copie. Chissà poi, se l'ha fatto? (La Direzione esige... ma
non ama esibire superflue tracce documentali. Comunque sia , questo maledetto
libro lo si trova online: "il Beato
Maledetto" su www.stradebianchelibri.com http://www.stradebianchelibri.com/il-beato-maledetto---iacopone-da-todi.html
Ma Iacopone è evaso e, a Terni, non ci ritornerà.
Purtroppo, lui rientrava in un evento, che è diventato sempre più importante:
col Sindaco, col Vescovo, con tante Autorità: giornalisti di stampa e Tivù, un
centinaio di invitati esterni... e non so quanto pubblico, selezionato tra gli
Ospiti ristretti, che sarebbero gli Utenti prediletti del Gran Teatro
Carcerario alla Moda. (E poi, pizza per tutti, cotta dalla Pro Loco del mio
splendido villaggio: Porchiano del Monte).
Insomma, solo
pochi giorni fa, mi "riducono la Scena di un terzo": cioè devo
recitare il "Detenuto Iacopone" in 20 minuti, invece che in 30. La
scaletta del programma non mi fu mai rivelata, perciò non potrei dire quanto e
come, sia poi modificata. So però, fin troppo bene, quanto il tempo carcerario
è programmato. So pure molto bene, quanto, in caso di eccezioni, non occorra
spiegarle a chi subisce.
Dunque sono costretto immaginare (lo ripeto: immaginare)
che, all'ultimo minuto, a qualcuno venga voglia di montare sulla ghiotta
passerella del Gran Teatro Carcerario alla Moda. Gli si dà 10 minuti? ma si
prenda anche mezz'ora! Io non ci gioco più. Mi spiace, solamente, per i miei
ex-compagni di collegio, che spero me ne vogliano scusare. Non sto a fare
capricci da Prima Donna: non lo sono e
non lo sarò mai. Ma avrà pure Iacopone, il diritto di evadere? Non dico di
galera, ma almeno dal sòrdido palco mediàtico, del Gran Teatro Carcerario alla
Moda! Scusatemi, ripeto, oh fratelli detenuti.
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