Teatro alle Scale di Porchiano

Porchiano del Monte, di Amelia TR, non quello di Todi PG. Teatro all'aperto con estensioni al bosco. Dedicato a Iacopone da Todi. Spettacoli, edizioni e divulgazioni del Poetone Iacopone ma anche del Poetino Angelo Pii e Divina Corriera di Buddha Bus. Artisti e non artisti benvenuti ad esibirsi .

Wednesday, August 17, 2016

Lauda Morto che Parla

Nuova lauda forse in scena per la stagione autunnale del Teatro alle Scale di Porchiano. 



Morto che Parla
Lauda M 42 "Figli, neputi, frate, rennète"

Un personaggio caro a Jacopone è il Morto Che Parla ma di preciso, Diàloga. Può trattarsi di un'Anima oppure del suo Corpo, separato e sotterrato, che si prende e che rende la parola... con la sua lingua già putrefatta: altro mistero buffo nel teatro jacoponico (leggi in M 61 Quando t'alegri, omo d'altura). 
Il conflitto verbale del Corpo con l'Anima, che Jacopone aveva messo in scena con "Anema e Corpo" (M 7 Audite una 'ntenzone...) non si conclude poi, come previsto, "a lo consumare" cioè alla morte. Infatti il Poeta (in M 31 O corpo enfracedato) darà un seguito apocalittico ai rimbrotti tra il Corpo e la sua Anima: litigheranno pure al Giorno del Giudizio che ii rimette insieme, che è poi, la versione cristiana della reincarnazione.
Le Reliquie dei Santi hanno un valore ed un potere immenso fin dal Medio Evo. Ma pure le ossa dei comuni mortali andavano bene salvaguardate: il permesso di cremarsi o di cremare fu concesso ai fedeli solo qualche anno fa. Non v'è traccia nei Vangeli, di ossa o di reliquie né di luoghi consacrati alla sepoltura. Fu però molto opportuno annettere alla Chiesa quel culto sempre verde che si rivolge "all'anima degli mortacci nostra".
Tornando a Jacopone e ai suoi personaggi funebri, in M 61 Quando t'alegri, omo d'altura, entra in scena un Cadavere più fresco, che è costretto a rispondere con pena alle domande beffarde di un Sopravvissuto.
In M 37 Que fai, anema predata?, si mette in scena invece, un'anima dannata, che racconta il suo caso ad un Vivo, qui più pietoso.
Anima o Corpo, il Morto che parla è di norma, un Dannato. Dei Beati, pochi calcano la scena jacoponica né mai come individui ma sempre in cori di categoria: Martiri, Vergini eccetera, che daranno il benvenuto all'Anima in arrivo, o che giubileranno genericamente, senza prendere davvero la parola: sono più figuranti che dei veri personaggi.
Si ascolta un Coro pure in questa Lauda: è sfacciato e composto dai Parenti (Eredi, di preciso) che rispondono all'Anima dannata, proprio come nelle prime tragedie greche, dove trovavi in scena solo un Attore e il Coro e tutto il dramma si svolgeva così.

Il personaggio Morto si era arricchito con la rivoluzione agraria dell'epoca: attacco a spalla per le bestie da tiro, aratro con versoio e rotazione triennale delle culture. Queste invenzioni (o che fossero plagi, mai confessati, da culture più evolute?) hanno moltiplicato i profitti nell'agricoltura. Qui influì anche la Storia che i Barbari cessarono di invadere e di saccheggiare sempre. I Barbari più vispi si erano installati come Signori e saccheggiavano sporadicamente, preferendo riscuotere imposte periodiche su territori e popoli, che non  chiameremmo Stati... a meno che non si consideri lo Stato una forma più moderna del dominio barbarico. Per riscuotere le imposte, o esigere lavori, quei barbari Signori si affidavano ai Chierici, perché questi sapevano scrivere e fare di conto. inoltre, tra battesimi e sepolture, all'incirca calcolavano anche il numero dei Sudditi da spremere. Allora si afferma in Europa la tripartizione Ariana (o Indo-Iranica) dell'organismo sociale in tre classi: chi maneggia le armi, chi maneggia coi libri e chi maneggia arnesi da lavoro, mantenendo tutti quanti... a parte gli Spregevoli, di cui si parli poco. 

Comunque il nostro Morto, al netto di imposte, di taglie e gabelle, si era pure arricchito. Non era certo un servo della gleba e neanche un piccolo agricoltore ma un facoltoso imprenditore agricolo. Insomma un ricco... il che per Jacopone è da pessimi cristiani. Quelli che poi, si credono di entrare nel regno dei cieli come cammelli: per una cruna d'ago. Pare davvero che il temine "cammello" qui vada inteso come un enorme nodo marittimo e non come bestia da soma, paragonata al ricco stracarico dei beni, che in ogni modo dovrà pur lasciare. In proposito però, e oltre quelle agricole, all'epoca si fece pure "l'invenzione del Purgatorio", che  darà pure titolo a un libro dello storico Le Goff. 

Ci stanno vari sistemi ultraterreni, con punizioni o premi per tutto quanto s'è fatto da vivi. Il Purgatorio instaura la procedura di concedere sconti sulla pena, in cambio di certe opere buone, compiute anche post mortem dagli eredi. In quest'ultimo caso, si tratta di Messe, celebrate a beneficio del defunto: le si dicono "in suffragio dei defunti". Ci si rivolge pure all'apposita "Madonna del Suffragio" (che nulla ha da spartire con le Suffragette, attiviste per il voto politico alle donne).

Tornando ai tempi del nostro Poeta: al suffragio, le persone previdenti ci pensano ancor prima di morire. Cedono beni, mobili ed immobili, a un ente ecclesiastico, concordando un certo numero di Messe da celebrarsi in cambio, meglio ancora se in perpetuo. Oltre gli sconti sulla pene ultraterrene, le famiglie più influenti e cospicue si assicurano così, pure il loro patrimonio e decoro terreno. Infatti, cedono sempre qualcosai alle stesse istituzioni dove i proprî figlioli cadetti, avviati a carriera ecclesiastica, accederanno a ruoli dirigenti con l'agiatezza dovuta al loro status, senza intaccare l'asse ereditario.
Al di là degli indubbi vantaggi economici, l'usanza del suffragio "post mortem" oggi può sembrare astrusa. Ma, com'è detto sopra, all'epoca aggiornava e si annetteva certi culti ancestrali, rivolti "all'animacce de'li mortacci nostra". Che se fossero offesi, "a volte ritornano", come si vede nei film di orrore.

Il nostro Morto non ha pensato prima a procurarsi le sconti necessari:  si è affidato ingenuamente alla promessa degli eredi. E questi ora, godendo e sperperando, lo burlano persino, sui risparmi e i sacrifici che, da vivo, lui impose: per accumular ricchezze (terrestri e non celesti, si capisce). Qui Jacopone ci mette in scena un'altra delle sue critiche feroci: alle meschinità della famiglia benestante, nel suo attaccamento alla "roba", privo di ogni rapporto umano. 
Dopo tanti rimpianti e rimproveri inutili, non resta al Morto che l'ultima parola: di augurare ai suoi eredi che patiscano anche loro, le stesse atroci pene infernali, pardon: purgatoriali.
Ecco la Lauda del Morto che Parla, "modernizzata" ed in lingua originale. Questa poi, da rileggersi tutta di seguito. Come sempre, ad alta voce, altrimenti non funziona.

MORTO:

[Ritornello o Ripresa]
Figli, nipoti e fratelli, rendete
quel maltolto che io vi lasciai.

"Figli, neputi, frate, rennete
lo maltolletto, lo qual vo lassai.

Voi prometteste al prete ["Apatrino" è un prete, come il siculo "parrino"  ma, a glossa degli Esperti, è il confessore.]
di renderlo tutto e di non venir meno!
Ancora non deste per l'anima un soldo. ["Ferlino" è monetina che vale solo 1/4 di Denaio.]
di tanto denaro che io guadagnai.

Vui 'l prometteste a l'apatrino
de rènnarlo tutto e non vinir meno!
Ancor non ne déste per l'alma un ferlino
de tanta moneta quant'eo guadagnai".

PARENTI:

Se promettemmo, non lo sapevi?
Davvero eri saggio, se te lo credevi!
Se a tue faccende tu non provvedevi,
rimettiti a noi... lo faremo domani. ["Crai": da "cras" Latino. "Hodie mihi, cras tibi": oggi a me, domani a te.]

"Se 'l te promettemmo, no 'l te sapivi?
Ben eri saio che lo te credivi.
Se tu nel tuo fatto non te providivi,
attènnite a nnui ché 'l farim crai".

MORTO:

Io vi lasciai di molta grana ["lavore": è il grano raccolto e, in genere, il profitto]
e pochi regali ancora ne ho avuti.
Quando ci penso, mi sento ingiuriato ["desonore", qui e oltre, è concretamente un insulto] 
perché mi hanno abbandonano quelli che amai di più.

"Eo vo lassai lo molto lavore,
pochi presente da voi n'habi ancore!
Quanno ce penso n'ho gran desonore,
ché m'hò abandonato color ch'e' plu amai".

PARENTI:

Se tu ci amasti, dovevi vedere
a quale porto dovevi venire;
di quel che acquisisti, vogliamo godere
e non c'è nessuno che curi tuoi guai [con le Messe a Suffragio].

"Se tu n'amasti, devive vedere
a quigno porto devive vinire;
de quel ch'aquistasti vollèmol' gaudire
e non n'è veruno che cur'en to guai".

MORTO:

Io vi lasciai la botte col vino,
vi lasciai stoffe di lana e di lino,
mi avete posto nel lato sinistro [il Medio Evo spregia la sinistra: e fa mancini il Giuda, Diavolo e Gano, il traditore di Orlando paladino],
con quanti guadagni che vi ho radunai .

"Eo vo lassai la botte col vino,
lassà' vo li panni de lana e de lino,
posto m'avete nel canto mancino,
de tanta guadagna quant'eo congregai".

PARENTI:

Se tu radunasti tanti guadagni,
di darti qualcosa, a noi non ne importa;
vàttene in pace se patisci trormenti,
hai fatto quei fatti, ne và prigioniero.

"Se tu congregasti tanta guadagna,
de darte covelle a nnui non n'encaglia;
àgite 'n pace, se pate travaglia,
faccisti tal' fatti, captivo ne vai".

MORTO:

Io risparmiai per sostenere [qui "risparmio" traduce "mesura". Jacopone ci canta (per 42 volte!) "l'esmesuranza", che è innanzitutto, il folle  spreco di Cristo che si fa uomo. Nel Suo amore smisurato, Egli degrada la propria natura divina alla bassezza di una formica, per la salvezza di quel formicaio ingrato che è l'umanità (leggi in M 79 "O Amor, che mme ami"). La "esmesuranza", che Jacopone dice anche "follia", è la summa concettuale (... o inconcettuale) della sua esperienza mistica. Questa può risalire allo scambio ineguale e totale, che l'antropologo trova nei "Primitivi" e che definisce "Dono".  Il "Dono Primitivo" esclude ogni ipotetico baratto, ogni calcolo economico di scambio e, si direbbe qui, anche quello del Suffragio.]
la terra e a vigna, per far capitale [qui "capitale" traduce "lo podere" o diremmo "il potere"]: 
or non potete per niente volere
darmi una fetta di di ciò che acquistai?

"Eo ammesurai a ssostenere
la terra, la vigna, per far lo podere:
or non potete ne[i]ente volere
darme una fetta de quel ch'aquistai?".

PARENTI:

Se fosti crudele nell'essere tirchio,
a noi non piace di darti alcunché;
stanne sicuro  e mettilo a taglia ["Carace" o "taglia" è un'assicella dove si registrano lo forniture a credito; è divisa in due parti: per il debitore e per il creditore; le si incastrano insieme per segnarvi le pendenze a tacca di coltello. Fu usata in Umbria, da fattori e bottegai, fino al secolo scorso. Il debito a bottega si "segna" ancor oggi, ma in cifre sulla carta e non più, a coltellate, nel mistico carace.]
che delle tue pene non ci curiamo.

"Se tu fusti crudo ad esser tenace,
darte chevelle a nnui non ne place;
stanne scecuro e fanne carace
che de to pene non ne curam mai".

MORTO:

Io vi allevai con molto sudore
ed ora mi dite tal villania?
Penso voi pur verrete alle ore
che proverete che son le mie piaghe.

"Eo v'arlevai con molto sodore
e mo me decete tal desonore?
Penso che e vui veirite a quell'ore
che provarite que so' le me' plage".

FINE

Che si potrebbe aggiungere? Forse soltanto questo, da Lauda 36:

Povertàt' è via secura,
non n'ha lite né rancura.
Povertate more en pace,
nullo testamento face.

Tuesday, August 2, 2016

Anima e Corpo


prossimo spettacolo: Giovedì 4 Agosto
"Anima e Corpo" di Jacopone da Todi
Lauda M 7: "Audite una 'ntenzone"

Siccome certo Pubblico mi ha confessato: "Mi son tanto divertito ma non ho capito niente", questa sera premetto allo spettacolo qualche spiegazione. Lo faccio per chi oltre all'Emozione, già più che sufficiente, se ne volesse fare pure una Ragione. La Ragione non è sempre necessaria: tutto si ascolta prima con il cuore, senza pensare troppo al significato... e non solo a teatro.
Comunque cercherò di introdurre l'Argomento e pure di spiegare, parola per parola, quanto dice Jacopone: tutto questo si intitola DIVULGAZIONE. In fine aggiungerò certe mie DIVAGAZIONI che parranno fuori luogo agli Studiosi... però che se ne facciano anche loro una Ragione! 

DIVULGAZIONE

"Ascoltate un battibecco     tra Anima e Corpo, 
battaglia durissima     fino alla morte (lo consumare)." 

Questo dice il ritornello, che torna ossessivo per 22 strofe e che andrebbe cantato in coro dal Pubblico. Guardate che l'Attore, quando non senta li Coro, potrebbe interrompersi e lasciare la scena, senza stare a importunarvi per la questua.
La "batàlia dura troppo" di stasera, richiama il ritornello della settimana scorsa: "vita penosa, continua batàglia / con quanta travàglia,  la vita è menata!" (M 58). Jacopone è un pessimista? Ma ci ha cantato una settimana fa che "penosa" è soltanto la "vita fallace", quella che illude la "gente accecata" oscurandogli il "bene del mondo e nel mondo". Questo bene sarebbe infinita ricchezza, che il Povero soltanto arriva a possedere. Così almeno l'ha cantata Jacopone (M 47), proprio a Voi, giù da Mattia, per il gran pranzo della Ternità, quando il nostro Teatro non esisteva ancora.
Pena è "dolore, molestia, stento"... ma sarà pure "castigo" di àmbito penale. Infatti questa sera, si esordisce evocando la "grave sentenza" che condanna alle pene dell'Inferno. Il mezzo per sfuggirne è di "fare penitenza", scontando in anticipo il castigo infernale. Anima dice: "Facciamo penitenza" ma è ovvio che ogni pena sia riservata a Corpo... e lo vedremo subito. Corpo si ribella sempre, aggravando le sue pene in un crescendo frenetico di punizioni.  La pena più frequente, e sempre più pesante, si chiama disciplina... ma attenti, che vuol dire solo "frusta". Anche se, letteralmente, disciplina deriva da discepolo. La frusta infatti, fu un sussidio didattico frequente ma tuttora è diffusa come sussidio erotico. Varrà pure la... pena di rammentarlo.
In realtà e sulla scena, qui recita sempre un singolo Attore: c'è solamente una auto-disciplina... e anche l'Attore si frusterà da sé. Ai tempi del Poeta, impazzava il movimento dei Flagellanti (auto-flagellanti): si spostavano in massa, sempre a giro in processioni. Ma diciamo anche in tournèe, perché avevano pure un aspetto teatrale. Si cantava, si ballava e recitava al ritmo delle fruste: ciascuno per sè... e per tutti il flagello di Dio, ritenuto imminente. L'argomento si voleva religioso, perché allora la pensavano così, ma qui cantava il Popolo in linguaggio Volgare, non più il Prete in Latino. All'epoca è un progresso perché da quei pazzi rave, scaturisce una fonte importante per la nascente Letteratura Italiana. 
Ma perché poi, flagellarsi, in massa o a casa propria? Sembra chiaro: per redimersi. In caso di peccato o di delitto, ogni castigo serve a rieducare il reo... sta pure scritto nella Costituzione (A. 37) e nel motto degli Agenti di Custodia carcerarî: "Vigilando Redimere", pur scritto in Latino.
Tornando alla Volgare poesia di Jacopone, se non ci fosse nulla da punire non ci sarebbe Anima o/o Corpo. Infatti quelli che abitavano nell'Eden si accorsero del Corpo, ne ebbero vergogna e lo coprirono (Gen. 3,7), soltanto dopo avere conosciuto la differenza tra Bene e Male (Gen. 3,5). Allora dentro all'Homo, nasce il gioco delle parti fra Giudice e Reo: quello giudica e punisce, questo forse si redime ma soffre sempre e si ribella spesso. 
Infine, quale colpa potrebbe avere il Corpo? Fu creato per godere e non faticare troppo, mangiando, bevendo, facendo all'amore... e ringraziando di tutto il Creatore. Da qui nasce la colpa: di sostituirsi a Dio e non ringraziare più. Questo però è colpa della Mente che pure sta sera, si presenta ancora in scena come Anima... ma non è la stessa storia e magari si racconta un'altra volta.
Ora coraggio, e cantiamo tutti insieme il Ritornello. L'aria è più o meno quella del celebre Inno dei Malfattori.

Audite una 'ntenzone,     ch'è 'nfra l'anema e 'l corpo;
batàlia dura troppo     fine a lo consumare!

Anima dice a Corpo: "Mettiamoci a soffrire, per sfuggire alla condanna dell'Inferno e guadagnarci il Paradiso (gloria), che è tanto più piacevole! Sosteniamo ogni aggravio con piacere d'amore"

L'Anema dice al Corpo:     "Facciamo penetenza,
ché pozzamo fugire     quella grave sentenza
e guadagnìm la gloria,     ch'è de tanta placenza;
portimo onne gravenza     con delettoso amare!".

Corpo: "Quanto sento mi conturba. Mi nutro di piacere, non lo potrei patire.  Sono pure deboluccio di cervello "(lo cèlebro haio dèbele), potrei impazzire presto. Non se ne parli neanche!"
Lo Corpo dice: "Tùrbone     d'esto che t'odo dire;
nutrito so' en delicii,     non lo porrìa patere;
lo cèlebr'haio dèbele,     porrìa tosto 'mpazzire;
fugi cotal penseri,     mai non me ne parlare".

Anima: " O Corpo malvagio (sporco, ingordo e lussurioso), sordo alla mia salvezza! Imparati 'sta musica (emprende esto descordo)... della nodosa frusta che ti farà ballare (t'è ci òpo a danzare)". (E' d'uopo, si può dire dal Latino opus est: "è opera" da farsi, faccenda necessaria. Questo opo poi ci torna, rammentarlo).

"Sozzo, malvascio Corpo,     lussurioso e 'ngordo,
ad onne mea salute     sempre te trovo sordo;
sostene lo fragello     d'esto nodoso cordo,
emprend'esto descordo,     cà 'n t'è ci òpo a danzare!"

Corpo si rivolge al Pubblico: "Aiuto, vicini! Qui Anima mi uccide! Mi ha ferito (alliso), e frustato senza ragione:  (disciplinato a torto). Starò in un perpetuo lutto." (Corrotto: è un piagnistèo, cioè il compianto funebre rituale. Segnarlo perché in tutto Jacopone, di corrotti se ne cantano almeno 17, mai nessuno di politico).

"Succùrrite, vicine,     cà ll'ànema m'ha morto;
allis' e 'nsanguenato,     disciplinato a torto!
O impia crudele,    et a que me hai redutto?
Starò sempr' en corrotto,     non me porrò alegrare".

Anima: "La tua 'morte' è troppo corta, non mi piace. Ho deciso di farti questo esperimento (spermento): ti tolgo ogni piacere dai tuoi cinque sensi."

"Questa morte sì breve     non me sirìa 'n talento;
sòmme deliverata    de farte far spermento:
de cinqui sensi tòllote     onne delettamento
e nullo placemento    te haio voglia de dare".

Corpo: "Ma senza il piacere dei sensi, me ne starò tumefatto ed infermo (staràio enflato e tristo), pieno di malanni (encresciminti)... e  toglierò letizia alle tue meditazioni (pensaminti). Meglio che se ne penti, piuttosto che provarci".

"Se da li sensi tòllime     li mei delettaminti,
staràio enflato e tristo,     pleno d'encresciminti;
torròte la letizia     ne li toi pensaminti;
megli'è che mo te pente     che de far lo provare".

Anima: "Togliti la camicia e indossa il cilicio!" (Celizzo è sottoveste, ruvida e penitenziale, tuttora in voga per l'Opus Dei.) "La penitenza vieta che tu abbia mollezze (delizzo: delizia)  "Per premio (guigliardone), ti dono questo nobile palio (pannizzo), che pensai di ammantarti con pelle di Scrofa (de coio scorfizo, a setole ispide)." 

"La camiscia espògliate    e veste esto celizzo
(la penetenza vètate,    che non agi delizzo),
per guigliardone dònote     questo nobel pannizzo,
cà de coio scorfizo     te pensà' amantare".

Corpo: La rescasti (aricàstela) dall'inferno, questa veste dolorosa, l'avrà tessuta il diavolo con le penne dell'Istrice (Sponosa, noi si dice la Spinosa). Ogni penna mi morsica e artiglia come una una vespa." (Che in realtà pungerebbe ma è licenza poetica).  "Non ci trovo alcun sollievo o riposo (posa)."

"De l'onferno aricàstela     esta vesta penosa,
tesséola lo diavolo     de pili de sponosa;
onne pelo me mòrceca   como vespa ardigliosa,
nulla ce trovo posa,     tanto dura me pare".

Anima: "Ma riposati nel letto, giaci in questo graticcio". (E' una ruvida stuoia di vimini, per seccare la frutta). "Guarda che bel cuscino di pagliccio". (E' un mucchietto di paglia tritata alla trebbia). "Pigliati per coperta questo mantellino". (Non è un piccolo mantello ma la misera coperta ad uso del somaro: "adùsate co 'l miccio). "Tutto questo ti parrà una delizia, rispetto al peggio che ti voglio fare." 

"Ecco lo letto, pòsate,     iac'enn esto graticcio;
lo capezzale, aguàrdace,     ch'è un poco de pagliccio;
lo mantellino còprite,     adùsate co 'l miccio!
Questo te sia deliccio     a quel che te vòi' fare".

Corpo si rivolge al Pubblico: "Guarda che letto morbido (mòrvedo) e quale bel piumino! Ci vedo dentro sassi rotondi di fiume (de fossato: sono il peggio che Anima voleva). Da che parte mi ci giro (vòlvome), mi ci rompo le costole, son tutto fratturato, non posso riposare(pusare)".

"Guardate a lletto mòrvedo     d'esta penna splumato!
Petre rotunde vèioce,     che venner de fossato;
da quale parte vòlvome,     ròmpomece el costato,
tutto so' conquassato,     non ce pòzzo pusare".

Anima: "Alzati Corpo, esci dal tuo sonno (scionnécchiate), che la campana chiama a matutino" (è la preghiera monastica alle 3 di notte). Ti impongo nuove leggi a partire dal mattino. Impara questa strada che dovrai sempre usare.

"Corpo, surge lèvate,     cà sona a matutino;
leva su[ne] scionnécchiate!     Enn officio divino!
Lege nove empònote     pertine a lo maitino;
emprend'esto camino,     ché sempre 'l t'è òpo a usare".

Corpo: "E come posso alzarmi, che non ho neanche dormito. Sarà pericoloso, non ho ancora digerito (paidito). M'è uscito un reumatismo (règoma), dal freddo che ho patito. Ma avanza ancora tempo, si può recuperare."

"E como surgo, lèvome,     che non haio dormito?
Degestïone guàstase,     non haio ancor paidito;
escursa m'è la règoma     pro frido ch'e' ho sintito;
'l tempo non n'è fugito,     pòse recoverare".

Anima: "E dove la studiasti, tutta questa medicina? Per la tua negligenza, ti do un colpo di frusta. Se aggiungi una parola, io tolgo dal tuo pranzo la cocina." E' piatto caldo, uscito di cucina: minestra di verdure, con forse un po' di lardo e qualche fagiolo. Nella cocina, ci si inzupperebbe il pane. "Questo digiuno è il farmaco per la tua malattia (malina)."

"Et o' staìste a 'mprèndare     tu questa medecina?
Per la tua negligenzia     dòtte una disciplina;
se plu favelle, tòllote     a pranzo la cocina;
a curar tua malina     quest'è lo medecare".

Corpo: "Ma che bel pranzo di pane saporito! E' nero duro e àzzimo... non lo rosicchia un cane. Non riesco ad inghiottirlo tanto mi sa cattivo. Via, dammi un altro cibo, se vuoi tenermi in vita".

"Or ecco pranzo ornato     de delettoso pane!
Nero, duro, àzzemo,    che no 'l rôsera 'l cane.
Non lo pòzzo engluttire,     sì rio sapor me sane;
altro cibo me dàne,     se mme vòl' sostentare".

Anima: "Per quello che tu hai detto, dovrai lasciare il vino, e neppure per cena mangerai di cocino. Se osi parlare ancora, ti aspetta per lo meno una pesante frusta che, non ne potrai sfuggire (mucciare)." 

"Per lo parlar ch'hai fatto     tu lassarai lo vino,
et a pràndio né a ccena     non magnarài cocino;
se plu favelle, aspèttate     un grave desciplino;
questo prometto almeno:     no 'n te porrà' mucciare".

Corpo medita tra sè: "Mi ricordo una donna che era bianca e rossa, vestita tutta morbida, che meraviglia! La sua bellezza mi aguzza (assuttiglia) il pensiero, mi viene tanta voglia (multo te me simiglia) di poterle parlare" (... D'amore, è sotto inteso: Non c'era altro motivo per rivolgersi a donne che questo "far l'amore", cioè di parlarsi amorosamente).

"Recordo d'una fèmena     ch'era bianca e vermiglia,
vestita ornata mòrveda     ch'era una maraviglia!
Le so belle fattezze     lo pensier m'assuttiglia;
multo te me simìglia     de poterli parlare!".

Anima: "Ora beccati il premio per questo che hai pensato. Ti ritolgo il mantelluccio da somaro per tutto quest'inverno. Lascia le calzature, per il tuo folle pensiero (cuitato, (cogitato). Ti darò tante frustate da spellarti vivo."

"Or attende a lo premio     de questo ch'hài pensato:
lo mantello aritòllote     per tutto esto overnato,
le calciamenta làssale     per lo folle cuitato,
et un desciplinato     fine a lo scortecare".

Corpo accende l'estrema vertenza: "Bere acqua mi fa male, mi fa cadere nell'idropisia. Ti prego di rendermi il vino per la tua cortesia". (Che non corrisponde ancora a neutro "per favore" ma vuol dire "nobile generosità" e pure vita elegante e spendacciona: si rammenti  in M 81 Povertaria e in M 58 O vita...). "Se tu mi mantieni sano, mi reggerò in piedi (girò ritto per via). Se cado in malattia (enfermarìa), ti toccherà badarmi."

"L'acqua ch'eo beio nòceme,     caio 'n etropesìa;
lo vino, prego, rènnilme     per la tua cortesia!
Se tu sano consèrveme,     girò ritto per via;
se caio 'n enfermarìa     òpo te m'è [a] guardare".

Anima: "Visto che l'acqua nuoce alla tua infermità e a me il vino nuoce alla mia castità...lasciamo vino ed acqua per la nostra sanità! Patiamo ogni mancanza(necessetate), per conservarci sua retta via. 

"Da poi che l'acqua nòcete     a la tua enfermetate
e a mme lo vino nòceme     a la mea castitate,
lassam lo vino e l'acqua    per nostra sanetate,
patiam necessetate     per nostra via servare".

Corpo: "Ti prego, non uccidermi, non domanderò più nulla. Ti giuro di non fare più proteste. Vedo che disputare (entenzare) mi si ritorce a danno. Mi voglio guadar bene dal cadere in multa (che non càia nel banno)".

"Prego che no m'occidi,     nulla cos'ademanno;
en verità promèttote     de non gir mormoranno;
lo entenzare vèiome     che me retorn'a danno;
che non càia nel banno     vògliomene guardare".

Anima: "Se tu vorrai guardati del tutto dall'offendere, sarò portata a darti ogni sostentamento e mi vorrò guardare da ogni tuo malanno (encrescemento). Sarà nostro piacere (delettamento), salvar la nostra vita". (Qui Anima può intendere "la vita eterna" ma  Corpo è riuscito a tenersi quella terrena).

"Se te vorrai guardare     da onne offendemento,
siròte tratta a dare     lo to sostentamento
e vorròme guardare     da lo to 'ncrescemento;
sirà delettamento     nostra vita salvare".

Il Poeta conclude: "Qui vedete il confitto (prèlio), della condizione umana. Ce ne stanno molti altri, che non ho neanche toccato. La fatta breve per non annoiarvi. Finisco la poesia: (trattato: componimento) e a questo punto, lascio." (C'è "ben altro", s'è capito).

Or vedete el prèlio,     c'ha onn'omo nel suo stato;
tante so' l'altre prelia,     nulla cosa ho toccato;
ché non faccia fastidio,     hàiol abriviato.
Finesco esto trattato     (e)n questo loco lassare.

DIVAGAZIONI

Così inizia Jacopone: "Audite una 'ntenzone!". "Audite!" è il tipico richiamo dell'Attore di strada medievale: quel Giullare che attira il suo Pubblico pubblico a un volgare spettacolo, condito di lazzi e sonagli, di bastonate e di oscenità corporee. "Audite!" ma che cosa? "una entenzone". Sappiamo che cos'è una singolàr tenzone: il duello. Questa Entenzone è un duetto teatrale tra Anima e Corpo. Sta nella tradizione popolare del Contrasto o Rispetto tra opposti:  il Giovane e il Vecchio, l'Ammogliato e lo Scapolo, Campagnolo e Cittadino, Inverno ed Estate... e così via. Mi accadde di udire un Contrasto, li per lì improvvisato, tra "Règa" e  "Come Ine": tra il presidente Regan degli Usa e l'ayatollah Komeini dell'Iran. Un dialogo che all'epoca, era impensabile... ma la Poesia si pone pochi limiti. 
Allora c'era un poeta Rustico che interpretava Regan, quell'altro che faceva Komeini e ciascuno esponeva le sue proprie ragioni. Mi pare che ci fosse lieto fine, accadde di certo nel secolo scorso, a Sorano in Maremma, in un evento che sarebbe storico e con lo zampino del Baraghini. Dove sia finito il testo di quella "entenzone"? Qualcuno poi lo scrisse, come avvenne in qualche modo a Jacopone? Molti poeti Rustici non sono in grado di formulare quel testo che hanno appena finito di cantare. Se ne rammaricava il Tommaseo, con il  D. G. Rossetti, cui riuscì poco di registrare i canti di Beatrice da Pian degli Ontàni, popolana analfabeta e chiamata "la Poeta", che si dimenticava sempre tutto quanto, come certi invasati del Vudù. Sì che oggi, basterebbe un Smarfone però in questo frattempo, tutta quella Poesia quasi si estinse... per lo meno in Occidente, a quanto pare. 
Torniamo alla Entenzone e a ciò che si pretende che ci fosse stato prima: al discorso assoluto e solitario del Logos primordiale. Questo asserito Big Bang verbale all'inizio di tutto, si divide quasi subito tra due voci antagoniste. E dopo Satana: la tragedia greca, i dialoghi platonici, la dialettica di Hegel o la democrazia parlamentare. Chi mai avrà ragione, la maggioranza o l'opposizione? Nessuno e tutti e due: la Ragione è ormai divisa, condivisa o suddivisa. Ma in principio, la Ragione è fatta apposta per discriminare e per condannare il suo nemico acerrimo, che è sempre la Follia, secondo lei. Certe volte, le concede pure un dialogo, dove anche la Follia si provi ad enunciare le proprie ragioni, attirando il folto Pubblico che ama quasi sempre la Follia.
La proverbiale astuzia del Greci inventava il teatro per metterci in scena la nuova Ragione di Stato contro l'antica Ragione Tribale. Il finale del dramma era per forza tragico: la ragione più anziana alla fine taceva e moriva, soffocata nel sangue. Non c'era ancora la televisione però il teatro era già obbligatorio, come poi la Santa Messa per i buoni cittadini, dove comunque, ci scappa sempre un morto, col sangue che si sparge e poi si beve insieme... corroborando l'ordine e la moralità. 
Jacopone non dispone di un teatro finanziato dallo Stato, come già fu quello greco e mica il solo. Jacopone mette in scena, alla buona e forse anche su strada, un dissidio cristiano-medievale fra Anima e Corpo. Certamente vince Anima ma altrettanto certamente, tutti in piazza parteggiano per Corpo che è veramente, il Protagonista... mentre Anima é antipatico, violento e autoritario, come la brava Spalla di ogni grande Comico. Ma Jacopone da che parte sta? O ha compreso troppo bene il gioco delle parti? 

Saturday, July 23, 2016

Foto ufficiali inaugurazione Teatro









2 luglio 2016, Inaugurazione del nuovo Teatro alle Scale di Porchiano con "O vita..."  di Iacopone (Lauda M 58 "O Vita penosa"). Tutte la foto sono di Costa Damico meno la prima che è recuperata dall'album di Salvatore Biondo, condiviso con il gruppo Facebook "Teatro alle Scale" .

















Friday, July 22, 2016

Programma definitivo 'Estate Jaco-Comica 2016

Programma definitivo 'Estate Jaco-Comica 2016


Programma definitivo dell'Estate Jaco-Comica nel Teatro alle Scale di Porchiano. 

Sotto l'alto patronato di Pro Loco e Dominio Collettivo di Porchiano.
Ore 21:30, ogni Giovedi.
Offerta libera. Munitevi di spiccioli, di carta moneta o di genuini prodotti in natura... niente sesso: Jacopone non lo fa!

a seguire:

28 Luglio
O vita...
Lauda M 58 "O Vita penosa"
+ Divina Corriera, sempre il Canto seguente

4 Agosto
Anema e Corpo
Lauda M 57 "Audite una entenzone"
+ Divina Corriera, sempre il Canto seguente

11 Agosto
Malifàzia
Lauda M 83 "O papa Bonifazio / multo"
+ Divina Corriera, sempre il Canto seguente

18 Agosto
Carceraria
Lauda M 53 "Que farai fra Iacovone?"
+ Divina Corriera, sempre il Canto seguente

25 Agosto
O vita...
Lauda M 58 "O Vita penosa"
+ Divina Corriera, sempre il Canto seguente

1 Settembre
Anema e Corpo
Lauda M 57 "Audite una entenzone"
+ Divina Corriera, sempre il Canto seguente

8 Settembre
Malifàzia
Lauda M 83 "O papa Bonifazio / multo"
+ Divina Corriera, sempre il Canto seguente

15 Settembre
Carceraria
Lauda M 53 "Que farai fra Iacovone?"
+ Divina Corriera, sempre il Canto seguente

22 Settembre
O vita...
Lauda M 58 "O Vita penosa"
+ Divina Corriera, sempre il Canto seguente

29 Settembre
Anema e Corpo
Lauda M 57 "Audite una entenzone"
+ Divina Corriera, sempre il Canto seguente

Monday, July 11, 2016

Serata del 14 luglio: Canzone Malifàzia






Teatro alle Scale di Porchiano, Estate Jaco-còmica 2016
sotto l'alto patronato di Proloco Porchiano.
Una Prima per ogni Giovedì, alle 21:30 precise.
14 Luglio (allons énfants!):
Canzone Malifàzia eccetera

Posti disponibili: 1 poltrona d'Onore, 12 sedie e 2 panche in Platea, Gradinata alle scalette e Loggione sulle mura. Strapuntino carto-plastico igienico e gratuito. Non c'è ingresso né biglietto, offerta libera nell'Intervallo.
Sor Alberto promise di venire con una sua "dama"... sarà bianca o sarà roscia ?

PRIMO TEMPO

Canzone Malifazia di Iacopone da Todi
"O papa Bonifazio, molt’hai iocato al mondo"
[Lauda N. 83 in lezione F. Mancini qui adattata. Versione prosaica in lingua corrente di P. Canettieri su https://paolocanettieri.wordpress.com/article/iacopone-da-todi-vyvpjuoxc2n0-17/]

Prologo
Vengo da Todi, me nomo Iacopone e fo 'l giullare... a la vostra caritate. Poi mano alla scarsella... e date, date, date!
Nobile Vulgo! Porchianesi et foràstici! Ora me dimanderete:
"O Beato Iacopone, Ce pari un omo santo, de grande religione... como se fu ch'el papa te mise a la prigione, con l'emmaledizione d'escommunicazione?"
Et era isso, Papa maledetto!"Caetani Benedetto" sortiva per anàgrafe."Caetaaani"... già ce senti fetore de Gomorra. Ma quando sale a Papa, se noma Bonifazio. Papa de malefizio! Peggio de troppi papi... mastro de falsità, ladroneccio e simonia, ruffian baratti e simile lordura! Lo canzonava, il popolo, ne beffeggiava nomi:
[canta sull'aria ligure: Oi Lindìn oi Lindin oi Lindéna]
 Caetani Maledetto    o papa Malifazio,
ma guarda tu che strazio    per la cristianità!
Papalìn papalìn papaléna,    sabato rubi e domenica piena.
Papalìn papalìn papalà,    mai ti riposi d'avidità!

No, no! che non fu mia questa sciocca filastrocca... eo ne scrissi ben più alta di canzone!
Già lo conobbi, il Caetani Benedetto, ante che fusse la mea conversione a san Francesco et madonna Povertate. Ante de quo, fui omo de gran mondo: grand' Avvocato, Onorevole Assessore... et noto a tutti, in Todi et fora Todi. Et il Caetani, allora, né vescovo né prete, faceva il faccendiere de mafia comunale: brigante sempre appalti, tangenti et corrupzioni.
Quando se fece Papa lo ingenuo Celestino, Caetani Benedetto, mascherato de san Petro et sospeso per la fune, in camera papale de notte se calava... et  con voce terrìbele, gridava: "O Celestino! Indegno peccatore! Dimìttete de Papa! Dimìttete de Papa, o Celestino!" E fu così che il vile, in fine rassegnò le demissione. "Ce fece per viltà, il gran rifiuto"... como la canta un poetello de Firenze.
Allora Maledetto minaccia Cardinali e tanti ne corrumpe a sua complicitate, sì che eleggono a conclave, esso Caetani a papa Bonifazio... Ottavo.
Vui però dimanderete ulterimente:
"O Beato Iacopone, ma poi ch'esso fu Papa, perché te mise a perpetua prigione, con l'emmaledizione d'escommunicazione? Te santissimo eremita et poeta de grande religione?"
Io credo, el Malifazio s'enfuriasse perché girava certa mea canzone, che stava fissa in vetta dell'Alta Paratione e che ce prese pure Discone de Plàtino. Nobile Vulgo! Porchianesi et foràstici! Audite la canzone de papa Malifazio e si ve place, cantate el rintronello!

[Ritornello o Ripresa, canta sull'aria di Figli dell'Officina]
O papa Bonifazio,     molt’hai jocato al mondo;pensome che jocondo     non te ‘n porrai partire!
Lo mondo non n’ha usato      lassar li sui serventi,ched a la scivirita     se ‘n partano gaudenti.Non farà lege nova      de farne te essente,che non te dìa presente,      che dona al suo servire. Bene lo mme pensai      che fussi satollatod’esto malvascio joco,     ch’al mondo hai conversato;ma poi che tu salisti     enn offìzio papato,non s’aconfà a lo stato     essere en tal disire!
Vizio enveterato     convertes’en natura;de congregar le cose     granne n’ha’ auta cura;or non ce basta el licito     a la tua fame dura,messo t’èi a ‘rrobatura,     como asscaràn rapire.
Pare che la vergogna     dereto agi iettata,l’alma e lo corpo hai posto     a llevar to casata;omo ch’en rena mobele     fa grann’edificata,subito è ‘n ruinata,     e no li pò fallire.
Como la salamandra     sempre vive nel foco,cusì par che llo scandalo     te sia solazzo e ioco;dell’àneme redente     par che ne curi poco!Là ‘ve t’accunci ‘l loco,     saperàilo al partire.
Se alcuno ovescovello     poco velle pagare,mìttili lo fragello     che lo vòl’ degradare;poi ‘l mandi al cammorlengo,     che se dèia acordare;e tanto porrà dare     che ‘l lassarai redire.
Quando nella contrata     te piace alcun castello,‘n estante mitti screzio     enfra frat’e fratello;(a)ll’un getti el braccio en collo,     (a)ll’altro mustri el coltello;se no n’(as)sente al tuo appello,     menàccil' de firire.
Pènsite per astuzia     lo mondo dominare;ciò ch’òrdene l’un anno,     l’altro el vidi guastare.'L mondo non n’è cavallo    che sse lass’enfrenare,che ‘l pòzzi cavalcare      secondo tuo volere!
Quando la prima messa     da te fo celebrata,venne una tenebrìa      per tutta la contrata;en santo non remase     lumìnera apicciata,tempesta tal levata     là ‘ve tu stavi a ddire.
Quando fo celebrata     la ‘ncoronazione,non fo celato al mondo     quello che c’escuntròne:quaranta omen’ fòr morti      (a)ll’oscir de la masone!Miracol Deo mustròne,     quanto li eri ‘n placere.
Te reputavi èssare     lo plu sufficïentede sèdere en papato     sopre onn’omo vivente;clamavi santo Petro     che fusse respondentes’isso sapìa neiente     respetto al tuo sapere.
Punisti la tua sedia      da parte d’Aquilone,escuntra Deo altissimo     fo la tua entenzione.Per sùbita ruina èi preso     en tua masonee nullo se trovòne     a poterte guarire.
Lucìfero novello     a ssèdere en papato,lengua de blasfemìa,     ch’el mondo hai ‘nvenenato,che non se trova spezia.     Bruttura de peccatolà ‘ve tu si enfamato     vergogna è a profirire.
Punisti la tua lengua      contra le relijuni,a ddicer blasfemìa     senza nulla rasone;e Deo sì t’ha somerso      en tanta confusioneche onn’om ne fa canzone      tuo nome a maledire.
O lengua macellara      a ddicer villania,remproperàr vergogne     cun granne blasfemìa!Né emperatòr né rege,      chivelle altro che sia,da te non se partìa      senza crudel firire.
O pessima avarizia,      sete endòpplicata,bevér tanta pecunia,     no n’essere saziata!Non ‘l te pensavi, misero,      a ccui l’hai congregata,ché tal la t’ha arrobata,      che no n’eri en pensieri.
La settemana santa,      ch’onn’omo stava ‘n planto,mandasti tua famiglia     per Roma andare al salto;lance gìero rompenno,     faccenno danz’e canto;penso ch’en molto afranto     Dëo te dèia ponire.
Intro per Santo Petro      e per Santa Santoromandasti tua famiglia     faccenno danza e coro;li pelegrini tutti     scandalizzati fòro,maledicènn(o) tu’ oro     e te e to cavalieri.
Pensavi per augurio     la vita perlongare!Anno dìne né ora      omo non sperare!Vedem per lo peccato     la vita stermenare,la morte appropinquare     quand’om pensa gaudere.
Non trovo chi recordi      papa nullo passato,ch’en tanta vanagloria      se sia sì delettato.Par ch’el temor de Deo      dereto agi gettato:segno è d’om desperato     o de falso sentire.
Epilogo a questua
Vengo da Todi, me nomo Iacopone
e fo 'l giullare... a la vostra caritate.
Or mano alla scarsella... e date, date, date!

SECONDO TEMPO

la Divina Corriera, canto  2 + 1/2 canto 3.


Tuesday, July 5, 2016

Estate Iaco-Comica 2016





Teatro alle Scale di Porchiano
Sotto l'Alto Patronato di Pro Loco Porchiano del Monte

da Luglio a Settembre, ogni Giovedì, spettacoli sempre diversi
ore 21:30, agli Stalletti sotto le Mura.

UNA JACO-COMICA
di Jacopone da Todi (XIII Secolo)

UN CANTO DELLA DIVINA CORRIERA
di Suddu Sìnhala (XX Secolo)

VARIE ED EVENTUALI
offerta libera  - Tel 338 6762691 Ghersi
http://iacoponedatodi.blogspot.it - FaceBook: Teatro Alle Scale di Porchiano